An unidentified man smokes a cannabis cigarette at a house in London January 24, 2004. The drug is due to be reclassified in the UK from class B to class C next week despite doctors saying the drug is unsafe. REUTERS/David Bebber

An unidentified man smokes a cannabis cigarette at a house in London January 24, 2004. The drug is due to be reclassified in the UK from class B to class C next week despite doctors saying the drug is unsafe. REUTERS/David Bebber

Mentre la Camera dei Deputati rimanda a settembre la discussione sulla legalizzazione della vendita di marijuana,  gli addetti ai lavori, ovvero tutto il variegato mondo di operatori e volontari che poi si prendono cura dei giovani dediti alle droghe cosiddette “leggere” per arginarne i danni, dicono chiaro e forte il loro no. Politici antiproibizionisti da una parte, esperti in materia sul fronte opposto…

“La norma diventerebbe cultura”

“Legalizzare la vendita della cannabis aumenterebbe la domanda: la norma diventerebbe cultura”, ricorda Giovanni Ramonda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII, che solo in Italia attualmente accoglie 600 persone inserite in programmi di reupero dalle dipendenze. E già l’anno scorso, alla presentazione della proposta di legge, aveva ammonito: “Proporre che lo Stato legalizzi e tragga profitto dall’uso delle droghe, per poi finanziare i percorsi di recupero, è perversione ideologica”. Proprio come già avviene con l’azzardo, divenuto vera e propria piaga sociale (con un milione di ludopatici) da quando è stato legalizzato, buco nero in cui lo Stato apparentemente guadagna sulla dipendenza dei cittadini, per poi spendere cifre astronomiche per curarli…

Sette volte “no” dalla Papa Giovanni XXIII

I politici ne riparleranno a settembre, ma basta la logica per comprendere che legalizzare il commercio della marijuana sarebbe un grave autogol, come dimostrano le esperienze già avviate in altri Paesi e le argomentazioni degli esperti. Ecco in sette punti le ragioni del “no” secondo Ramonda e la Papa Giovanni XXIII, che sfatano molte credenze non vere:

1.  La cannabis crea dipendenza

Il 10% dei consumatori di marijuana soffre di dipendenza. Molti di essi sono minori. Il rischio di dipendenza aumenta tra coloro che hanno fato uso di marijuana da giovani. Non esistono droghe leggere e pesanti, ma una dipendenza più o meno radicata che richiede un serio percorso di recupero.

2. La cannabis è dannosa

Il principale agente psicoattivo della cannabis è il THC. La percentuale di THC presente nell’hashish e nella marijuana in commercio vent’anni fa era decisamente più bassa rispetto a oggi (dal 5-10% agli attuali 40-50%). Numerosi studi hanno evidenziato la pericolosità del THC, che aumenta i rischi di:

◦ danni al sistema immunitario,

◦ anomalie neonatali,

◦ infertilità,

◦ malate cardiovascolari,

◦ infarto,

◦ cancro ai testicoli.

La marijuana, a differenza del tabacco, può provocare alterazioni cerebrali, senza contare le conseguenze a medio e lungo termine sulla funzionalità del cervello. La cannabis danneggia i polmoni in maniera più incisiva del tabacco; indebolisce le facoltà cognitive; provoca quindi un aumento degli incidenti stradali. L’uso di marijuana si ripercuote sui rendimenti scolastico e lavorativo e sui rapporti interpersonali. Aumenta i casi di schizofrenia. La ricerca clinica ha dimostrato che per i consumatori abituali aumenta di sei volte il rischio di patologie psichiatriche.

 

3. Legalizzare la cannabis ne aumenta la domanda

 

Il diminuire della disapprovazione sociale conseguente alla legalizzazione aumenta l’uso di cannabis. Provoca infatti la diminuzione della percezione del rischio legato al consumo della marijuana. Lo mostra l’esperienza della legalizzazione dell’azzardo, che ha portato a un aumento della dipendenza e dei costi sociali. Legalizzare significa rendere socialmente accettato e condivisibile.

 

4. Legalizzare la cannabis crea commistione con l’uso medico

… e quindi abbassa nell’immaginario collettivo la percezione della pericolosità della cannabis. Il dottor Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ha sottolineato in audizione alla Camera che «tutta la parte relativa all’attività medica dovrebbe rimanere fuori dalla proposta di legge. Altrimenti aumentiamo molto il fai da te».

 

5. Legalizzare la cannabis non permette la repressione delle organizzazioni criminali

La liberalizzazione è un ottimo scudo dietro cui i narcotrafficanti si possono mascherare. In Colorado, dove questo è avvenuto pochi anni fa, solo il 60% della marijuana è venduta legalmente.

 

6. Legalizzare la cannabis non aumenta le entrate statali provenienti dalla tassazione

Aumenta invece il mercato nero e i costi sociali cui lo Stato deve fare fronte.

 

7. Legalizzare la cannabis non consente di controllare la percentuale di THC

nelle piante di cannabis autocoltivate.

 

Infine ­–­ rammenta la Papa Giovanni XXIII –­ il CND (Commission on Narcotic Drugs delle Nazioni Unite) ha sottolineato come la scelta di alcuni Stati di legalizzare rappresenti un’oggettiva violazione dei trattati internazionali contro la diffusione delle tossicodipendenze, già ratificati da un gran numero di Stati, Italia compresa, a partire dal 1961.

http://mobile.avvenire.it/Cronaca/Pagine/Sette-motivi-per-dire-no-alla-marijuana-legalizzata